In pratica, cos’è un impianto a biomassa?
In entrata vi possono essere uno o più tipi di biomassa (cosiddette matrici): prodotti vegetali da agricoltura, fanghi di depurazione, liquami e letame di allevamenti animali, residui dalla lavorazione di animali (cosiddetti SOA, sottoprodotti di origine animale), rifiuti organici (es. FORSU, frazione organica di rifiuti solidi urbani, come l’umido prodotto nelle nostre case).
In uscita si hanno uno o più tipi di energia utilizzabile: termica, elettrica, vapore, gas (se il gas è depurato, si parla di biometano).
Sempre in uscita si hanno una serie di residui, generalmente indesiderati, in forma gassosa, solida e liquida (vedi apposito paragrafo più avanti).
Il procedimento utilizzato per trasformare la biomassa in energia è di regola la fermentazione anaerobica, a volte la termovalorizzazione (cioè combustione).
La fermentazione anaerobica è un processo metabolico che avviene in un contenitore chiuso (cosiddetto biogestore) in assenza di ossigeno, dove i microrganismi, come batteri e lieviti, decomponendo sostanze organiche, producono energia e sottoprodotti come biogas, composto principalmente da metano e anidride carbonica.
A seconda del tipo di biomassa utilizzata e della capacità di produzione di energia, l’impianto deve essere autorizzato o comunque comunicato ad un ente locale (Regione o Provincia in primis).
L’autorizzazione segue appositi iter più o meno complessi e lunghi, del resto la vita di un impianto di questo tipo in genere è tra i 10 e i 30 anni.
Nell’autorizzazione sono indicati, tra l’altro, i quantitativi annui di biomassa in entrata (da poche migliaia di tonnellate l’anno a 100.000 o più) e di sostanze in uscita (anche questi valori hanno diversi zeri).
Le principali criticità
L’impatto olfattivo, non tanto del biogestore, che lavora in assenza di ossigeno, ma nel trasporto delle biomasse, nello stoccaggio pre-trattamento, nello stoccaggio post-trattamento, nelle pratiche di spandimento sui terreni agricoli.
La quantità di mezzi pesanti che si aggiungono al traffico già presente nella zona: parliamo di camion o di trattori con rimorchio tra le 16 e le 35 tonnellate. Oltre ai viaggi di andata, naturalmente, vanno considerati i relativi viaggi di ritorno.
Viaggi che rendono le strade meno sicure e più rumorose, e mettono a dura prova non solo le strade statali, ma ancora di più le più semplici strade urbane.
Es.: l’impianto di APIS RO1 di Sarzano (RO) è stato autorizzato per 73.912 ton di biomassa in ingresso e prevede di allontanare 133.788 ton in uscita (solidi + liquidi), pari a 10.386 viaggi (andate+ritorni), cioè fino a 30 mezzi al giorno in media. (7) e (8)
L’inquinamento aggiuntivo di terreni e acque a causa – per esempio – di eventuali metalli pesanti o eventuale alta concentrazione di pfas contenuti nelle biomasse di partenza (in particolare i pfas sono praticamente ineliminabili e con gli spandimenti potrebbero poi entrare nel ciclo alimentare).
L’inquinamento aggiuntivo dell’aria (le famose polveri sottili), CO2 (responsabile dell’effetto serra), idrogeno solforato, ammoniaca, e altri.
Il monitoraggio della corretta esecuzione dei processi industriali, di regola è lasciato alla società che gestisce l’impianto: dopo l’autorizzazione, i principali enti di controllo intervengono – con un margine di manovra piuttosto limitato – praticamente solo in caso di incidenti o, a volte, di segnalazioni dei cittadini.
Da dove arrivano le biomasse? Spesso vi è la prescrizione di rifornirsi in un raggio di 70/100 km dall’impianto. Tuttavia lo stato di fatto vede, ad esempio per FORSU e Verde, la potenzialità degli impianti in Veneto oltre il doppio delle necessità regionali. E i controlli?
Quando si richiede l’autorizzazione è necessario presentare i contratti (o gli impegni) di acquisto delle biomasse: nel caso di Apis RO1, ad esempio, oltre il 70% sono stipulati con commercianti o intermediari (8), la biomassa così di fatto può arrivare da tutta Italia o dall’estero! Ritorna quindi la domanda, e i controlli?
Inevitabile il deprezzamento del valore degli immobili e dei terreni in un raggio di diversi km dall’impianto.
I residui della fermentazione
Tra i gas ricordiamo la CO2, l’idrogeno solforato, l’ammoniaca.
Solo in pochi impianti, in genere i più grandi, si prevede il recupero della CO2 o di gran parte di essa, evitando così che venga dispersa nell’ambiente.
Tra i solidi il cosiddetto digestato – parte solida, tra i liquidi il digestato – parte liquida.
La parte solida viene stoccata in attesa di essere distribuita sui campi (spandimento) nei periodi consentiti.
La parte liquida viene stoccata per almeno un mese in ambiente chiuso, per via degli odori, sempre in attesa di essere distribuita sui campi (spandimento) nei periodi consentiti.
In alcuni impianti di biometano, il digestato solido (residuo della digestione) viene ulteriormente trattato per produrre compost: un processo aerobico di compostaggio di qualche mese che prevede la miscelazione con altri materiali organici e la creazione di condizioni idonee alla decomposizione batterica.
Compost e Ammendante: compost è un fertilizzante che nutre le piante, mentre l’ammendante migliora il terreno per consentire una migliore crescita delle piante, ma non fornisce direttamente i nutrienti. Entrambi possono essere utili per migliorare la salute e la fertilità del terreno.
Biomasse e status di rifiuto
In questo settore le parole sono molto importanti: il rifiuto è una cosa ben precisa e va trattata secondo procedure stringenti, ciò che non è rifiuto può essere trattato con procedure molto più libere.
Lo stesso materiale, però, può assumere lo status di rifiuto in certi casi e di non rifiuto in altri: a volte la differenza è estremamente sottile. La differenza è sostanzialmente definita da norme giuridiche e spesso ha a che vedere con l’utilizzo che si fa del materiale. Es.: se utilizzo dei SOA (vedi sotto) per avviarli in discarica o in un impianto di biogas, sono rifiuti; se invece utilizzo gli stessi materiali come sottoprodotti di altri processi industriali, non sono rifiuti.
Quindi, diffidare sempre da affermazioni semplicistiche e molto nette: se non si analizza il contesto, le affermazioni fatte (da chiunque) hanno un valore molto relativo o fuorviante.
Letame, Liquame e Pollina, che arrivano dalle stalle con animali, non sono considerati rifiuti se vengono utilizzati per scopi agronomici, cioè se vengono impiegati come fertilizzante nei campi secondo le modalità e i limiti previsti dalla normativa vigente. Sono invece considerati rifiuti se non vengono utilizzati per fini agronomici, oppure abbandonati o stoccati in modo incontrollato.
I SOA, sottoprodotti di origine animale, devono essere gestiti come rifiuti solo nei casi in cui siano avviati a incenerimento, smaltimento in discarica, in impianti di biogas o nel compostaggio; se invece vengono utilizzati come sottoprodotti di altri processi industriali, non sono considerati rifiuti.
La FORSU, frazione organica di rifiuti solidi urbani, come l’umido prodotto nelle nostre case, è sempre un rifiuto.
I fanghi prodotti dal processo di depurazione delle acque reflue urbane sono da tempo utilizzati come fertilizzanti in agricoltura, in considerazione del loro contenuto di sostanze organiche: il riutilizzo agronomico dei fanghi costituisce una soluzione al problema del loro smaltimento, ma – per la possibile presenza di composti organici nocivi e metalli pesanti – la garanzia della qualità dei fanghi deve essere costantemente assicurata da controlli e analisi.
Sotto il profilo giuridico, i fanghi di depurazione sono a tutti gli effetti dei rifiuti … (6)
Benefici economici derivanti dall’impianto
La dimensione dell’impianto è un fattore importante: gli impianti di piccola taglia (da 50 a 300 kW) sono adatti a piccole aziende agricole, mentre quelli di media taglia (da 500 kW a 1 MW) sono più adatti a grandi aziende. E’ facile intuire che è determinante la distanza dell’impianto dalle biomasse utilizzate.
La disponibilità a costo basso o nullo del letame e dei liquami con cui l’impianto è alimentato, ad esempio, unita alla semplicità e all’economicità della manutenzione fanno sì che con il biogas si possa generare energia elettrica ad un costo estremamente basso.
L’energia elettrica generata dal biogas può essere utilizzata per autoconsumo dall’azienda e/o immessa nella rete elettrica nazionale in cambio di un corrispettivo.
Il calore in esubero prodotto dall’impianto può essere utilizzato per soddisfare le necessità termiche di diversi processi aziendali.
Il biogas prodotto e depurato (upgrading), cioè il biometano, può essere immesso nella rete nazionale generando un guadagno.
Obiettivo nazionale degli incentivi alla produzione di biometano
Gli incentivi per il biometano in Italia, finanziati principalmente dal PNRR e regolati dal Decreto Biometano, rispondono a una serie di obiettivi strategici nazionali ed europei.
Al primo posto la volontà di incrementare la produzione di biometano: nel 2025 era intorno ai 570/750 milioni di metri cubi all’anno.
La produzione di biometano in Italia deve aumentare di 10 volte nel giro di 5 anni. Oggi, nel Belpaese, ci sono 115 impianti di biometano allacciati alla rete del gas, per una capacità produttiva complessiva di circa 570 milioni di metri cubi/anno. Ma gli obiettivi fissati dal Piano nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) parlano di 5,7 miliardi di metri cubi/anno entro il 2030. (1)
Gli incentivi ad oggi
Contributo in conto capitale: fino al 40% delle spese ammissibili per la costruzione di nuovi impianti o la riconversione di impianti esistenti (ad esempio, da biogas agricolo a biometano).
Tariffa incentivante sulla produzione: per 15 anni dalla data di entrata in esercizio dell’impianto, calcolata sulla quantità di biometano effettivamente immessa in rete.
La tariffa base per gli impianti agricoli si aggira intorno ai 125 euro/MWh, con meccanismi di aggiornamento e possibilità di scelta tra “Tariffa Omnicomprensiva” (per impianti fino a 250 Smc/h) e “Tariffa Premium” (per impianti di taglia superiore o per chi sceglie di vendere sul mercato libero).
Esempio 1
Pika Energy si prepara a entrare nel 2025 con un ambizioso progetto … Annunciato a Roma nel dicembre 2024, il progetto prevede lo sviluppo di cinque impianti nel Centro e Sud Italia, con l’obiettivo di produrre annualmente circa 231.998 MWh di biometano utilizzando circa 400.000 tonnellate di biomasse. Con un investimento di 110 milioni di euro, l’azienda prevede rendimenti stimati di Equity IRR variabili dal 22% al 57%, evidenziando il crescente riconoscimento del biometano come risorsa fondamentale. (2)
Esempio 2
Un impianto tipo con costi fissi di circa 1,5 milioni di euro e costi variabili (materie prime, manutenzione, smaltimento digestato, energia) calcolati su una produzione annua di circa 1,8 milioni di euro, può ottenere un profitto netto annuo di circa 650.000 euro. In queste condizioni, l’investimento si ammortizza in circa tre anni. (3)
In Polesine ad oggi
abbiamo censito 36 impianti a biomassa autorizzati e 2 in itinere, un totale quindi di 38 (vedere apposita mappa creata con Maps di Google).
https://www.google.com/maps/d/edit?mid=19PJJBgnWG3rm9XZ4UBgmL8NcyCPfrog&usp=sharing

Doveroso ricordare alcune caratteristiche:
– 3 impianti sul totale utilizzano solo biomassa propria;
– 4 impianti sul totale lavorano con termovalorizzazione (anziché fermentazione anaerobica);
– 3 impianti sul totale producono energia elettrica e non biogas/biometano.
N.B: di ogni impianto censito è stata verificata l’ultima autorizzazione in essere, le quantità di biomassa (se riportate) e i principali dati visualizzabili nella mappa.
Non sono stati considerati gli impianti con iter scaduti o archiviati; non sono stati considerati impianti dei quali non vi è alcuna informazione documentata.
In Veneto

(4)
Impianti di compostaggio e di digestione anaerobica della frazione organica dei RU
in regime di A.I.A. e autorizzazione ordinaria operativi – provincia Rovigo = 3 su 31 impianti

(4)
Le fonti dei dati
Estremamente difficile l’opera di censimento, sia perché diversi sono gli enti che danno l’autorizzazione, sia a causa della scarsa o nulla trasparenza degli iter burocratici. Spesso, si ha notizia di un nuovo impianto solo dopo che è stato autorizzato, dipende dal tipo di iter seguito!
Inoltre, le banche dati, molto spesso, sono aggiornate a diversi anni fa.
La Regione Veneto ha un’apposita area per i progetti più corposi, dove è possibile accedere ai documenti durante l’iter, dalla presentazione dell’istanza (la richiesta) sino alla eventuale autorizzazione.
Ma parte degli impianti viene approvata con Deliberazione della Giunta Regionale, visionabile dopo la pubblicazione sul BUR.
Altri ancora possono essere approvati con decreto del Direttore di alcuni settori degli uffici regionali, anche qui visionabile dopo la pubblicazione sul BUR.
La Provincia ha apposite aree dove è possibile accedere ad alcuni documenti delle autorizzazioni rilasciate in questi ultimi anni.
Un’area è dedicata ai progetti in itinere: qui vengono pubblicati buona parte dei documenti.
Altra possibilità: la Dichiarazione di Procedura Abilitativa Semplificata, presentata al proprio Comune 30 giorni prima dell’inizio dei lavori.
Altre banche dati parzialmente utili:
ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Analisi sulla banca dati dei MUD, le dichiarazioni dedicate a chi tratta rifiuti, purtroppo con un inevitabile ritardo di qualche anno.
ARPAV, Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto
Elenco e caratteristiche degli impianti di trattamento rifiuti, con un ritardo di qualche anno.
GSE spa – Gestore dei Servizi Energetici
Atlaimpianti è l’atlante geografico interattivo che ti permette di consultare i principali dati sugli impianti di produzione di energia elettrica e termica che incentiviamo e verificarne l’ubicazione sul territorio nazionale.
Dati aggiornati a luglio 2021 (5)
SNAM, Società Infrastrutture Energetiche spa
Elenco dei punti di ingresso del biometano sul territorio.
ENAMA, Ente Nazionale per la Meccanizzazione Agricola
Alcune schede di monitoraggio degli impianti realizzati con contributi Enama/Mipaaf – Progetto biomasse Enama.
Note a piè del testo
(1) https://www.rinnovabili.it/energia/biomassa/produzione-biometano-italia/
(2) https://www.infoimpianti.it/progetto-per-la-produzione-di-biometano-in-italia/
(3) https://agriportance.com/it/blog/quali-fattori-influenzano-il-prezzo-del-biometano/
(4) ARPAV RAPPORTO RIFIUTI URBANI, Edizione dicembre 2024. Produzione e Gestione 2023 con indicatori bacini territoriali
(5) https://atla.gse.it/atlaimpianti/project/Atlaimpianti_Internet.html
(6) https://www.tuttoambiente.it/commenti-premium/fanghi-depurazione-agricoltura-normativa/
(7) DECRETO DEL DIRETTORE DELL’ AREA TUTELA E SICUREZZA DEL TERRITORIO n. 46 del 23 dicembre 2024, Autorizzazione unica alla costruzione ed esercizio di un impianto di produzione di biometano da 500 Smc/h in via Calatafimi, Rovigo (RO). Ditta proponente: APIS RO1 SOCIETA’ AGRICOLA S.r.l. – Bur n. 7 del 17/01/2025 .
(8) Dati riportati o elaborati dai documenti presentati dalla ditta proponente, nota 7, in fase di istruttoria.
foto: https://www.pexels.com/da-dk/foto/luftfoto-af-hercegovac-industriomrade-om-sommeren-32543707/

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